A Linha: l’intervista al regista Ricardo Laganaro (Arvore)

Una delle nostre installazioni preferite al VeniceVR di Venezia76, A Linha è tutto ciò che un’esperienza in VR dovrebbe essere per far innamorare il pubblico di questo mezzo. Ne abbiamo discusso con il regista Ricardo Laganaro.

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Quando leggi un libro da bambino, quello che ti colpisce non è solamente la storia. La sensazione, infatti, è che quanto riempie quelle pagine prenda lentamente vita attorno a te: le voci, i suoni, i colori, persino i gusti delle cose. E’ come se improvvisamente non ci fosse più una separazione fra ciò che immagini e ciò che vedi sulla carta e tutto sembra quasi… magico.

E “magico” è forse l’aggettivo perfetto per descrivere A Linha. Una produzione di Arvore, diretta da Ricardo Laganaro, A Linha – The Line è stata presentata alla 76esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha vinto il premio per la Miglior Esperienza in VR.

xrmust a linha ricardo laganaro

A Linha è un’installazione di cui mi sono immediatamente innamorata, perchè mi ha riportato alla mente questo modo un po’ “infantile” di vivere le cose. E sebbene la VR sia il mezzo attraverso cui i sogni possono essere trasformati in realtà, è comunque raro trovare lavori che riescono a trasmettere un tale senso di innocenza.

Ci siamo confrontati con il regista dopo l’annuncio della selezione di A Linha per il Tribeca Film Festival.

A Linha – The Line: l’intervista

Negli scorsi mesi abbiamo parlato con Tupac Martir, regista di “Cosmos Within Us” (qui l’intervista) e la prima cosa di cui abbiamo discusso con lui è il motivo per cui ha creato quel lavoro. Vorrei iniziare anche con te con questa domanda: perchè A Linha e perchè hai scelto di raccontare questa storia usando il mezzo della VR?

Abbiamo creato “A Linha” perché pensavamo che ci fosse ancora un ampio spazio per contenuti narrativi in ​​VR, in particolare per quelli rivolti ad un pubblico che non ha familiarità con il mezzo né è interessato alle nuove tecnologie. Volevamo creare un’esperienza più mainstream che mostrasse il potenziale delle narrazioni immersive anche alle persone che credono che la realtà virtuale non sarà mai una cosa per loro. Quindi, per quanto riguarda lo storytelling, il nostro primo approccio è stato quello di creare una favola. Una storia d’amore semplice e bella che tutti avrebbero capito, ma che affrontava anche problemi più profondi come la paura del cambiamento e l’essere bloccati in una routine, che sono temi a cui tutti possono relazionarsi a un livello più profondo.

Un’altra cosa che, come creatore, volevo sperimentare era l’idea di creare una semplice storia d’amore che utilizzasse questo nuovo mezzo. Prima di “A Linha” ho diretto documentari a forte impatto sociale, video immersivi nello spazio e dentro supernove e tutti i tipi di contenuti che di per sè sono già adattati alla realtà virtuale. Ma le storie ordinarie nei luoghi che conosciamo e che ci piacciono? Penso che anche la VR abbia bisogno di questi racconti belli e semplici per diventare più popolari.

Inoltre, la VR, a mio parere, ha un effetto collaterale inaspettato e molto interessante: ci permette di riportare il nostro intero corpo al centro dell’esperienza intellettuale. Nella VR non abbiamo bisogno di rimanere fermi per goderci una bella storia. Possiamo muoverci, interagire con il mondo in cui entriamo e sentire fisicamente di possedere quella storia. Ero molto curioso di vedere una storia d’amore svilupparsi in una situazione del genere.

Lo storytelling e la tecnologia sono due elementi fondamentali della VR. Come hai lavorato su di essi per dare vita ad A Linha?

Lavoro con contenuti immersivi dal 2012. La prima cosa che ho imparato dolorosamente nel mio primo progetto è che è impossibile scrivere prima una sceneggiatura e poi produrre il contenuto, come se fossero fasi distinte del processo. Dalla tecnologia al linguaggio del mezzo, tutto si sta sviluppando così velocemente che il processo di scrittura dovrebbe essere integrato al loro interno durante l’intera produzione.

Una volta diventato partner di ARVORE in Brasile, abbiamo trascorso 18 mesi a sperimentare flussi di lavoro e framework diversi, per capire meglio come creare questa integrazione.

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Per avviare una produzione, partiamo sempre da una prima bozza creata il più velocemente possibile, in modo che tutti nel team possano vedere la stessa cosa e discuterne. Questo succede anche prima di produrre concept arts. In questa fase iniziale tutto appare molto grezzo ed è in questo momento che realizziamo anche dei prototipi live-action.

Per “A Linha” abbiamo usato scatole di cartone, nastri bianchi, post-it e action figure. Il narrative designer ha letto la sceneggiatura e uno dei membri del team si è messo ad interpretare il ruolo dell’utente. Questo metodo permette di lavorare più rapidamente alla sceneggiatura, comprendere meglio l’impostazione della scenografia e persino prevedere quali interazioni possono funzionare meglio. Abbiamo dunque continuato a creare prototipi per sviluppare l’idea e usato il blocco delle scatole grigie in VR con interazioni molto semplici come una porzione orizzontale a bassa fedeltà dell’intera esperienza. Successivamente, abbiamo creato una porzione verticale ad alta fedeltà di una piccola parte dell’esperienza, per impostare una barra di qualità per ognuna delle aree (narrativa, di sistema e artistica). Le varie versioni sono poi state testate con gli utenti per aiutarci a creare versioni migliori della storia.

Potrebbe sembrare un discorso un po’ troppo tecnico, ma quando il processo creativo è orientato alla fruizione, è iterativo e incrementale, siamo in grado di affinare l’esperienza già durante il processo di produzione e ridurre gli attriti. In questo modo le persone ricorderanno solo la storia. Abbiamo un detto ad ARVORE: “Se le persone si tolgono le cuffie e parlano di VR, abbiamo fallito”. Vogliamo che dimentichino la tecnologia e ricordino invece la storia e le emozioni che hanno provato.

Mi è capitato spesso a Venezia76 di vederti alla tua installazione mentre osservavi il pubblico che la provava. Che cosa ti è rimasto più impresso nelle reazioni del pubblico?

Imparo molto guardando le persone mentre fanno le mie esperienze. Ed è decisamente gratificante vedere che le amano.

Una cosa che trovo divertente è che all’inizio di “A Linha” le persone sono ancora molto consapevoli di trovarsi all’interno di un’esperienza in VR. Tendono a chiedere cosa possono fare e cosa no, testare tutto ciò che trovano nello spazio virtuale e parlare con qualcuno che li aspetta fuori dall’esperienza. Ma man mano che la storia si dipana, iniziano a rispettare il suo ritmo e dimenticano completamente il mondo esterno. E di solito, quando si tolgono il visore, si ritrovano ad una “frequenza” diversa. Più calmi, più felici.

Un’altra cosa che mi piace davvero è che prima, nell’esperienza, insegniamo all’utente a muoversi e interagire con il modello in scala virtuale per poter far andare avanti la storia, ma poi, in uno dei momenti più emozionanti, Pedro – che è uno dei protagonisti – deve imparare a muoversi da solo. E’ un momento in cui l’utente non può più interagire con l’esperienza e alcuni cercando disperatamente di aiutarlo. Quando assisto a qualcosa del genere, capisco che quella persona è coinvolta al 100% con i personaggi e la storia.

Nel primo periodo a Venezia, cercavamo soprattutto di capire se l’esperienza funzionava correttamente. Una cosa che però poi mi ha commosso molto nella seconda settimana è stato accorgermi di persone da tutto il mondo che piangevano e si emozionavano per “A Linha”. In Brasile stiamo vivendo un momento delicato per quanto riguarda l’interesse per l’arte e per la cultura, quindi aver visto che spettatori che letteralmente provenivano da tutte le parti del globo apprezzavano così tanto questa esperienza è, oggi, molto importante e toccante per me.

Dopo aver visto A Linha mi sono detta: “eccola”. Questo è la perfetta installazione per far innamorare il mondo della virtual reality. Puoi immaginare la mia felicità quando poi hai effettivamente vinto il premio di Venezia76 come Miglior Esperienza in VR. Dimmi, qual è il futuro di A Linha? C’è un luogo specifico o un pubblico a cui sogni di presentarla?

Wow. Grazie per le tue parole. Apprezzo molto quello che hai detto e devo confessare che credo anche io che “A Linha” possa essere un buon modo per far amare di più la VR e il nostro obiettivo è proprio far provare questa esperienza a quante più persone possibile.

Certo, a livello di LBE (location-based experience) era già molto difficile distribuire un lavoro così a livello globale. Con tutto ciò che sta accadendo nel mondo, sarà ancora più complicato. Ma stiamo parlando con partner interessanti sparsi in diversi paesi del mondo e vogliamo che sia possibile esibire il nostro pezzo ovunque quando il mondo tornerà ad una nuova normalità.

Abbiamo già preso parte a grandi mostre in Francia e nel Lussemburgo, e ci sono discorsi aperti anche con altri paesi, tra cui l’Asia. A Venezia, ad esempio, ho ricevuto riscontri positivi dai cinesi, dai sudcoreani e dai giapponesi. Sarebbe un sogno vedere il nostro pezzo girare tutta l’Asia, oltre ovviamente ai paesi occidentali.

Un altro passo importante sarà la versione per uso domestico. Stiamo lavorando duramente per trasferire “A Linha” su Oculus Quest e renderlo disponibile per tutti il ​​più presto possibile. Spero che anche il nostro lavoro possa aiutare le persone in questi tempi difficili a ritrovare un po’ di calore umano.

E riguardo il Tribeca Film Festival?

Sono molto orgoglioso e felice che il Tribeca Film Festival abbia selezionato il nostro lavoro. La loro curatela per la Virtual Arcade è davvero impressionante ogni anno! Fra l’altro ho anche un legame profondamente personale con questo festival, visto che è stato il primo evento internazionale ad aver selezionato “Step To the Line”, il mio primo documentario in VR.

Ci tenevamo moltissimo a presentare “A Linha” al pubblico americano nel miglior modo possibile e, una volta scelti dal Tribeca, sapevamo di essere finalmente nel posto giusto. Sfortunatamente, però, non saremo in grado di mostrare “A Linha” all’edizione virtuale del festival che stanno organizzando con Oculus. Un’iniziativa assolutamente fantastica, ma all’interno della quale il festival potrà presentare solamente i lavori della sezione “360º Cinema”. Tutti i pezzi interattivi della Virtual Arcade, come il nostro, non potranno essere presenti.

“Tribeca Immersive is a reflection of the diversity of creators across the globe” – Loren Hammonds (Tribeca Immersive) (article on xrmust)

Ma il Tribeca è un festival nato in una situazione difficile (dopo l’attacco dell’11 settembre), come quella che stiamo affrontando ora, e non ho dubbi che saranno in grado di resistere e di inventare un altro modo per rendere disponibile i nostri lavori. E sono anche abbastanza sicuro che con un supporto di questo genere, belle storie come la nostra ci aiuteranno a riscoprire una normalità nuova e migliore una volta che questa quarantena finirà a livello globale.